"Laputa - Castello nel cielo" di Hayao Miyazaki

02.02.2022

È il primo giorno di un mondo nuovo. Ieri alle 10,45 del mattino Atlantide, l’avveniristica macchina incaricata dall’uomo di creare un vaccino per il terribile Covid-19, ha finalmente completato il suo lavoro. Il super algoritmo al suo interno, dopo aver analizzato l’enorme quantità di virus che si sono avvicendati nel corso della storia dell’umanità e aver costantemente incrociato e armonizzato dati e patrimoni genetici degli esseri viventi, ha creato Divo-C22, il vaccino che restituirà la vita e la Terra agli esseri umani. Sono passati 690 giorni da quando il Comitato internazionale per la salvaguardia dell’umanità, composto dai leader mondiali, aveva unanimemente deciso che l’unico modo per affrontare e arginare definitivamente la diffusione del virus era quello di sottoporci tutti ad un sonno criogenico, o ibernazione, e attendere che la macchina svolgesse il compito di individuare il vaccino. Oggi l’umanità comincia progressivamente a staccarsi dai dispositivi che li hanno tenuti in vita e svegliarsi da un lungo sonno nel quale aveva deciso volontariamente di entrare per far fronte a quella che si delineava come una catastrofe di dimensioni pari soltanto ai racconti mitologici sui grandi Diluvi. Nel frattempo la Natura, libera dalla morsa dell’uomo, aveva da subito iniziato il suo naturale processo di guarigione cicatrizzando e restaurando interamente il suo ecosistema e donando nuovamente agli esseri umani un luogo altamente vivibile e pieno di opportunità. Macchine mangia cemento hanno pian piano rosicchiato gli edifici abusivi e sostituito le aree liberate con nuovi spazi verdi. Robot terraformanti hanno sanato e rinaturalizzato il suolo consumato mentre grosse stampanti 3D in legno hanno costruito eco villaggi e abitazioni con materiali naturali. Utilizzando finalmente la tecnologia al servizio dei veri bisogni dell’uomo comprendiamo solo adesso l’importanza degli investimenti in ricerca, sviluppo e in tutti quegli ambiti che in futuro potranno salvarci preventivamente la vita. L’Italia si era addormentata cantando e si risveglia con quell’ultimo stato d’animo, lasciando congelati odio e divisioni. Il virus, come una safety car in Formula Uno, ha pareggiato distanze sociali, culturali, religiose ed economiche costringendo tutti a ripartire da zero. Il reddito pro capite verrà così ridistribuito equamente estinguendo criminalità e disuguaglianze. E anche se le barriere, che precedentemente in pochi hanno innalzato nei confronti di tanti nel nome di avidità e progresso, dovessero essere nuovamente erette, ci sarà una nuova coscienza pronta ad abbatterle, grazie ad un nuovo patrimonio genetico fatto di buon senso e collaborazione.

Immagine tratta da “Laputa – Castello nel cielo” di Hayao Miyazaki

Res comunitatis. Comunità resilienti, dagli eco- ai tecno- villaggi: per una maggiore consapevolezza nei confronti della crisi climatica

Questa ricerca vuole investigare nuovi modelli di comunità resilienti che, partendo dalla rigenerazione di sistemi naturali compromessi dall’azione umana, mettono in atto un re insediamento antropico in equilibrio fra natura e tecnologia. Oltre a sensibilizzare su tematiche legate ai cambiamenti climatici, la ricerca vuole orientare la pratica architettonica verso una nuova etica progettuale promuovendo l’urgenza di evitare altro consumo di suolo e anzi recuperarlo attraverso processi di fertilizzazione e naturalizzazione. Il progetto, infine, ponendo le sue basi sullo studio di modelli consolidati come gli ecovillaggi, mira a definire nuove strategie abitative avvalendosi anche di una personale esperienza decennale in progetti di rigenerazione urbana in ambito mediterraneo.

Siamo spettatori inermi di un’incessante antropizzazione che vede il nostro pianeta e le sue principali componenti ecosistemiche – aria, acqua e terra – sempre più compromessi dall’azione umana. Una condizione drammatica accentuata da una crisi climatica in atto che è la principale minaccia al benessere sociale, economico e ambientale delle future generazioni. Di conseguenza è di fondamentale importanza accrescere la vivibilità urbana e periurbana tutelando e valorizzando le risorse naturali – come il suolo di cui occorre evitarne l’eccessivo consumo – seguendo un approccio ecosistemico pragmatico e olistico allo stesso tempo. Il suolo, infatti, per i tempi di formazione molto lunghi (uno strato da 1 a 2,5 cm si ottiene in quasi 500 anni), deve essere considerato una risorsa non rinnovabile e quindi da proteggere dalle innumerevoli forme di degradazione, tra le quali l’impermeabilizzazione. La Commissione Europea, con la strategia della “land degradation neutrality”, ha stabilito che entro il 2050 il consumo di suolo comunitario deve raggiungere il saldo zero, come misura principale di contrasto ai cambiamenti climatici, i cui effetti stanno conoscendo una inedita intensità e che conseguentemente produrrà un cambio di un paradigma legato alla progettazione architettonica. Partendo da queste considerazioni che descrivono uno scenario globale delicato e complesso si muove lo scopo di questa ricerca, ovvero investigare e catalogare un insieme di strategie architettoniche e modelli insediativi tipici di comunità autonome e consolidate per poi produrre una nuova idea di comunità resiliente che adotti una profonda e coraggiosa rivisitazione di consolidati modelli culturali, tecnici e normativi, tornando a vivere una relazione armonica con il proprio territorio. Punto di partenza e modello insediativo di riferimento sono gli ecovillaggi, piccole comunità rurali o urbane che integrano una struttura sociale basata sulla solidarietà con attività pratiche legate alla progettazione ecologica. Gli ecovillaggi, teorizzati per la prima volta dall’agronomo australiano David Holmgren, cercano di proteggere i sistemi viventi del pianeta, di incoraggiare la crescita personale e di sperimentare stili di vita che facilitano il benessere tra gli esseri umani e la natura oltre a garantire anche istanze di tipo educativo, religioso e politico. La realtà degli ecovillaggi è oggi più che mai attuale soprattutto perché cerca di rispondere alla disgregazione del tessuto familiare, culturale e sociale della condizione postmoderna e globalizzata configurandosi allo stesso tempo come un vero e proprio laboratorio di ricerca e sperimentazione architettonica. Gli ecovillaggi sono dei virtuosi dispositivi di rigenerazione che però rischiano di rimanere chiusi in sé stessi perché spesso trovano nella loro poca integrazione con la tecnologia il proprio limite. Il nuovo progetto di comunità oggetto di questa ricerca mira ad evolvere l’esempio dell’ecovillaggio attraverso un sistema in equilibrio fra natura e tecnologia. Una comunità con piante e specie animali utili ai suoi abitanti e gestiti da sistemi automatizzati che configureranno un sistema agricolo completo e sostenibile con alla base una forte etica nell’uso della terra, della tecnologia e del tempo. I principi fondativi che stanno alla base della nuova comunità si potrebbero assimilare a riti di fondazione ancestrali che non evocano divinità del passato bensì del futuro. Dati, connessioni e algoritmi faciliteranno lo svolgimento delle attività all’interno della comunità, restituendo il giusto tempo e il corretto spazio personale in cui far maturare le conoscenze e le passioni degli abitanti. È questa una ricerca che pone le sue basi su un personale studio sull’architettura delle comunità resilienti. Un percorso attivo iniziato nel 2010 con Farm Cultural Park, progetto di rigenerazione urbana di un piccolo centro siciliano da nome Favara al quale si è aggiunto nel 2013 il progetto di rigenerazione della città di Mazara del Vallo, Periferica, per poi culminare nel 2017 con una scuola di architettura per bambini dal nome Sou. Tutte esperienze che oggi rappresentano una concreta utopia sociale che coinvolgono attivamente la cittadinanza in un processo di riabilitazione del centro abitato creando un inedito substrato urbano e culturale attraverso arte, architettura e discipline sociali. A partire da tali premesse ho già avviato un percorso coerente, teso alla realizzazione di architetture che permettano di instaurare relazioni dirette con lo spazio urbano utilizzando la tecnologia per ottenere risultati capaci di coinvolgere aspetti architettonici, produttivi e sociali. Da tali premesse sono nate le esperienze di Sainthorto, Wunderbugs e Zighizaghi: rispettivamente un orto interattivo, uno spazio immersivo per insetti ed esseri umani e un giardino multisensoriale. Il lavoro sopracitato trova oggi una sua importante continuità grazie all’invito da parte del Padiglione Italia all’interno della prossima Biennale di architettura a Venezia dove presenterò un’architettura terraformante: dispositivo meccanico che, attraverso un processo artificiale, trasforma in produttivo – e quindi abitabile – un territorio reso improduttivo – e quindi ostile – dall’azione umana, ripristinando i cicli naturali legati a ecosistemi e biodiversità.

Immagine “Ecovillaggi e comunità

*Nel gennaio 2020 questa ricerca ha partecipato al Wheelwright Prize indetto dalla Harvard University Graduate School of Design

Past Shock. Verso una nuova visione per l’agricoltura

Oggi più che mai il mondo affronta con inedita difficoltà l’attuale momento storico. A fronte di un progresso tecnologico incessante, e ai conseguenti e repentini cambiamenti di abitudini e stili di vita, gli esseri umani sono costretti a ritrattare il loro patto evolutivo con la storia avviando un percorso conservativo che garantisca loro la sopravvivenza: il ritorno all’auto-produzione agricola. L’esercizio di prospettiva stabilisce che nel 2050 nove miliardi di persone abiteranno una Terra che verrà portata ad un livello di stress ecologico limite. Soddisfare le nuove esigenze agroalimentari diventa l’occasione per ripensare le nostre città attraverso abitazioni ‘alimentarmente autosufficienti’.

Il progetto. La società odierna, pur proclamandosi contemporanea e futuristica, si ritrova ancora ad affrontare problemi antichi come la nutrizione. L’incessante progresso tecnologico, unito ad una sempre maggiore richiesta di ritorno alle “origini naturali dell’uomo”, costringe gli esseri umani in una condizione scioccante che sembra configurare un futuro che assomiglia più al passato, avviandoli verso un percorso conservativo per la propria sopravvivenza. Questo processo, prolungandosi fino al 2050, avrà per conseguenza una crescita demografica fino a nove miliardi di persone, consumatori che porteranno la Terra ad un livello di stress ecologico limite. Una risposta possibile e coerente a queste circostanze è sicuramente un ritorno all’agricoltura, in particolare alla micro-produzione agricola, come strumento utile a garantire anche la sicurezza alimentare globale. Fin dall’antichità l’attività agricola è stata individuata come la condizione dell’uomo civilizzato per eccellenza, in contrapposizione all’uomo nomade e cacciatore, e i miti antichi, quasi sempre legati a questo tema, testimoniano che essa ha cambiato il modo di vivere dell’uomo, consentendo lo stanziamento e la nascita dei primi agglomerati urbani. Nel mondo greco-romano il modello della Villa rustica, abitazione autosufficiente strettamente legata alla produzione agricola del terreno circostante, era largamente diffusa in tutto l’impero e la vita agricola era esaltata persino da Esiodo come “cura morale” e unico mezzo onesto di sostentamento. In Cina gli abitanti di Hakka, nel XVII secolo, per far fronte a guerra e crescita della popolazione, realizzavano comunità alimentarmente autosufficienti denominate Tulou caratterizzate da massicce abitazioni a corte circolare o quadrata. Una risposta storica, che non prevede l’impiego di tecnologie moderne e che si presenta ancor oggi come valida e sostenibile è la diversificazione delle specie coltivabili: già nel XVII secolo, grazie alla scoperta e classificazione di piante da frutto autoctone di ogni parte del mondo, i naturalisti-esploratori di quell’epoca ipotizzarono la realizzazione di piantagioni dall’enorme varietà di specie, capaci di garantire (come nel miti dell’Età dell’Oro e dell’Eden) di avere frutta commestibile in ogni parte dell’anno. L’agricoltura, storicamente legata allo scorrere naturale delle stagioni e ai capricci del clima, oggi rompe i legami millenari con i suoi vecchi modelli, a causa dei complessi sistemi tecnologici ed economici che determinano consumo di suolo, desertificazione, allontanamento dei sistemi produttivi dalla pratica quotidiana delle persone e scomparsa di numerose specie di insetti impollinatori a vantaggio di pesticidi che rendono infertile la terra. Secondo le stime dell’O.N.U., infine, nel 2050 la popolazione mondiale salirà a circa nove miliardi di persone e il mondo verrà presto travolto dalle produzioni meccanizzate e dallo sfruttamento ultra intensivo del suolo allo scopo di ottenere il 50% di produzione agricola in più necessaria a sfamare gli oltre tre miliardi di abitanti in arrivo. Sono convinto che uno scenario così rischioso possa essere affrontato coerentemente solo da un’architettura caratterizzata da una grande responsabilità etica, morale, sociale e culturale che introduca soluzioni sistematiche attraverso un nuovo modello abitativo autosufficiente dal punto di vista agricolo. L’auto-produzione agricola, infatti, oltre ad impedire ai produttori di creare piantagioni intensive in paesi poveri provocando deforestazione ed espropri forzosi, possiede il vantaggio provvedere alle proprie necessità e favorire piantagioni caratterizzate da diversificazione di specie coltivabili che, a sua volta, garantiscono la diffusione di insetti impollinatori. Le mie radici hanno profondamente influito sulla scelta del tema di ricerca. Sono nato in un piccolo paesino a vocazione agricola della Sicilia, regione che possiede una profonda tradizione rurale e una natura meravigliosa e che oggi è vittima di una crisi sociale ed economica. Una delle risposte locali che sono state date al suddetto problema è rappresentata dal progetto Farm Cultural Park, luogo che costantemente contribuisco a sviluppare sin dalla sua nascita in qualità di componente della sua comunità di fondatori. Farm Cultural Park è un esperimento sociale senza precedenti che coinvolge attivamente la cittadinanza di Favara, a pochi chilometri dalla Valle dei Templi di Agrigento, in un processo di rigenerazione del centro abitato che crea un inedito substrato agricolo e culturale attraverso l’arte, l’architettura e le discipline sociali che qui rappresentano una “medicina attiva” per la società contemporanea. A partire da tali premesse, e facendo tesoro delle mie esperienze di vita, ho già avviato un percorso coerente di ricerca, teso alla realizzazione di architetture che permettano di intraprendere relazioni dirette con l’agricoltura integrando sinergicamente la tecnologia per ottenere risultati capaci di coinvolgere aspetti architettonici, produttivi e sociali. Da tali premesse sono nate le prime tre esperienze, Sainthorto, Wunderbugs e Zighizaghi: rispettivamente un orto interattivo, uno spazio immersivo per insetti ed esseri umani e un giardino multisensoriale; tutte architetture pluripremiate e protagoniste delle prime due edizioni della Maker Faire Europe. Nelle sopracitate architetture vengono messe in relazione capacità ed esperienze del passato (l’agricoltura e l’allevamento degli insetti impollinatori) con sistemi informatizzati (musica generativa e interazioni social) e modalità architettoniche di oggi, sensibilizzando il cittadino verso aspetti sociali, ecologici ed etici. Sainthorto in particolare è stato scelto da EXPO Milano per il Wired Next Fest e vincitore dell’Oscar Green, dimostrandosi un progetto valido e dotato di una tecnologia agricola contemporanea dai risvolti positivi e innovativi.

Intenzioni e risultati attesi. La presente proposta di progetto fonda le sue basi teoriche sugli studi condotti grazie alla rivista che ho co-fondato, Cityvision, con la quale è stato possibile investigare, attraverso cinque concorsi internazionali e il contributo di architetti e creativi da tutto il mondo, la città del domani e la risoluzione di attuali crisi globali. Sintetizzando i dati raccolti, è stato possibile avviare la ricerca che propongo, che vuole sviluppare un modello architettonico di abitazione in grado di produrre e soddisfare direttamente i bisogni agroalimentari di chi ci vive, che diventi anche l’occasione per ripensare le nostre città attraverso edifici “alimentarmente autosufficienti” e con i quali ritrovare anche una dimensione più “naturale” dal punto di vista fisico ed emotivo.

Immagine del “Tianluokeng Tulou cluster”

*Nel 2017 questa ricerca ha partecipato al Wheelwright Prize indetto dalla Harvard University Graduate School of Design

La città emozionale. O sul valore dell’architettura come intimità ancestrale

La città emozionale è un progetto sull’architettura delle emozioni. Scopo di questa ricerca è quello di ideare “un’architettura ancestrale e universale” capace di generare emozioni nelle persone e (ri)generare condizioni sociali e spaziali prive della capacità di creare relazioni positive. Attraverso una mappatura emozionale della città sarà possibile posizionare nuove architetture come strumenti partecipativi di rigenerazione urbana dal grande carattere terapeutico. Tali scopi verranno perseguiti grazie ad un utilizzo sinergico della disciplina architettonica e di pratiche che ritengo fondamentali per l’essere umano dei nostri giorni come la musica, l’agricoltura, la sociologia, la matematica, la psicologia, la biologia e le tecnologie social.

Foreword. La presente proposta di progetto fonda le sue basi teoriche sugli studi condotti grazie alla rivista Cityvision e su precedenti esperienze architettoniche come Sainthorto e Wunderbugs: queste ultime rispettivamente un giardino interattivo e un auditorium per insetti ed esseri umani, entrambe pluripremiate e protagoniste delle prime due edizioni della Maker Faire Europe. Nelle sopracitate architetture vengono messe in relazione capacità ed esperienze dal passato con sistemi informatizzati e modalità architettoniche di oggi, sensibilizzando il cittadino verso il mondo di insetti e piante, insieme ad aspetti sociali, ecologici ed etici. Sia Sainthorto che Wundebugs sono come delle isole esperienziali che attivano i sensi per il benessere di persone, piante ed insetti. Spazi verdi dove incontrarsi e ritrovare se stessi che inviano messaggi sui social, si raccontano su internet e si innaffiano con un tweet.

Background. Oggi viviamo una fase complessa, e in un certo senso limite, per la storia dell’umanità. Di fronte ad un progresso tecnologico incessante e a cambiamenti repentini di abitudini e stili di vita, gli esseri umani sono costretti ad adattarsi e mutare la loro natura, influenzando l’ambiente urbano inteso come luogo di scambio e condivisione. Ci troviamo costretti a dover convivere con un «futuro di seconda mano che non prevede una soggettività capace di desiderare ancora e autenticamente ma solo di consumare nella bulimia della frustrazione».

Framework. Un contesto globale così irrisolto determina necessariamente uno straniamento corporale e sociale dell’uomo, unito ad un aumento dell’infelicità comune e ad una necessità di contatto umano non più rimandabile: l’automazione farà crescere la richiesta di intelligenza emotiva e sensibilità umana. L’evoluzione dell’uomo si concretizzerà, allora, nella risoluzione del conflitto tra la città informatizzata e la città emozionale. Ed è all’interno di questo naturale antagonismo che si colloca la mia proposta di progetto.

Il progetto. “La Città Emozionale” nasce dal duplice desiderio di analizzare la città da un punto di vista innovativo (emotivo) e realizzare un nuovo prototipo di architettura adattiva capace di riconfigurarsi costantemente dall’ibridazione di diverse discipline ed esperienze. Il progetto sarà diviso in due fasi. La prima fase sarà denominata mappatura emozionale e includerà lo studio e la ricerca sul campo. Questa fase si prefigge di identificare uno schema emozionale ricorrente attraverso la ricostruzione dei principali meccanismi comportamentali dell’uomo, frutto della raccolta di emozioni intime (positive o negative) che i luoghi visitati e le discipline investigate mi trasmetteranno, grazie anche alla partecipazione di professionisti e cittadini. Questi ultimi esprimeranno l’autentica sostenibilità del progetto, in quanto preziose “micro-infrastrutture”, capaci di interagire con la città e il progetto stesso, condividendo esperienze e informazioni fondamentali. La seconda fase sarà dedicata alla progettazione e realizzazione della nuova architettura emozionale che avrà lo scopo di farci muovere e uscire dai quotidiani recinti sensitivi, trasportandoci fisicamente e mentalmente in uno spazio inedito nel quale il cittadino potrà sentirsi integrato e ibridato da essa. La nuova architettura sarà una perfetta sintesi e armonia tra pratiche e discipline universalmente riconosciute come primarie – architettura, musica, matematica, biologia, agricoltura – e discipline in grado di enfatizzarne i contenuti come psicologia empatica, tecnologie social, sociologia e teatro. Il progetto, che avrà una vocazione pubblica e si distinguerà per la scalabilità e adattabilità  della sua architettura, si prefigge sin d’ora l’obiettivo di essere un’esperienza simultaneamente personale e globale, rurale e urbana, ponendoci in contatto con tutti gli esseri viventi al tempo stesso. L’architettura emozionale realizzata avrà lo scopo di rigenerare lo spirito e il corpo di chi la fruisce, compensando possibili squilibri emotivi e malessere emozionale tipici del nostro momento storico (alienazione sociale e disperazione individuale). Nel suo aspetto interno essa dovrà essere dimensionata per rispondere alle esigenze di chi la vivrà e pensata intorno alle esperienze dell’utente (mangiare, dormire, studiare, pregare ecc.). All’esterno verrà enfatizzata la sua vocazione di bene pubblico “che deve regalare emozioni”, tecniche e visive. L’architettura de La città emozionale potrà funzionare in maniera parziale, ad esempio utilizzando il solo regime musicale o biologico, oppure a pieno regime attraverso il contemporaneo utilizzo di tutte le sue caratteristiche. Ma la città emozionale sarà soprattutto un contenitore di immagini e memorie che si tradurrà in nuovi spazi non necessariamente fisici – sempre più piccoli e personali – alla ricerca di una semplicità perduta, in un vero e proprio processo di hackering emozionale.

Immagine “La città emozionale” – Farm Cultural Park (2016)

Io sono città. Noi siamo città

Quando mi capita di pensare al futuro, penso a quei giorni che percorrono i miei anni ottanta fino alle soglie del nuovo millennio. Me lo ricordo bene quel periodo e, a guardarlo con la giusta distanza, senza dubbio per me era il futuro: un momento storico perfetto in cui l’ago della bilancia, che determinava l’equilibrio fra tecnologia ed umanità, era ben allineato al centro. Il futuro, difatti, coincide sempre con qualcosa di semplice che semplifica le nostre vite. Oggi viviamo una fase complessa, e in un certo senso limite, per la storia dell’umanità. Di fronte a cambiamenti repentini di abitudini e stili di vita, gli esseri umani sono costretti ad adattarsi e mutare la loro natura, influenzando di conseguenza l’ambiente urbano inteso come luogo di condivisione e scambio. Tutto cambia con una rapidità alla quale non siamo stati preparati, alla mercé di un ritmo perenne determinato da due super velocità. Da un lato c’è la tecnologia che procede inesorabilmente, come si fosse accorta soltanto adesso di essere in ritardo con i suoi piani originali; dall’altro c’è l’umanità che raccoglie coloro i quali si sentono accomunati da un senso di straniamento nel quale sono costretti a vivere perché bruscamente scagliati in una fase temporale che non li vede reali protagonisti. È questo un momento storico senza precedenti in cui non siamo mai stati allo stesso tempo così vicini e lontani e in cui il meccanismo di adattamento dell’uomo sembra essersi inceppato, insufficiente a fronteggiare quei grandi cambiamenti che si manifestano ciclicamente e in sempre più brevi intervalli di tempo. La sfericità della terra e la circolarità dei suoi eventi, d’altronde, ci portano a pensare – in una prima approssimazione – che il mondo sia un mondo finito: predeterminato. L’uomo è per sua natura portato a valutare determinati segnali, a contrarli e cercare di anticipare dei cambiamenti che in realtà sembrano essersi già verificati. Le variazioni temporali e i suoi continui adattamenti, non sono altro che l’effetto di qualcosa che è già avvenuto ma che semplicemente si ripete in una nuova veste. L’uomo d’oggi, ad esempio, è molto più vicino a quello del 400 più di quanto non lo sia ad un suo pari vissuto nel 800 il quale, a sua volta, si avvicina molto di più all’uomo vissuto in epoca romana. È in questo scenario apparentemente anacronistico dove è caccia aperta ad un’umanità sempre più rara che crescono e si sviluppano le nostre città; città da sempre teatro dell’umanità, degne rappresentazioni della nostra società e il cui controllo adesso ci sta sfuggendo di mano. Il modello a cui eravamo abituati, fatto di città autosufficienti e indipendenti, non esiste più e siamo difronte ad una città “ageografica”, senza un luogo esatto e costretta a dimostrare un’inedita muscolatura urbana atta a sostenere i ritmi di città più forti. Ogni città diventerà presto follower di una città più imponente fino a comporre un grande libro consumato con un infinito numero di pagine abitate e posto su un’unica libreria universale. Città cluster che diventeranno nodi di una definizione algoritmico-generativa creata ad hoc per essere da supporto ad una visione globale. L’attuale incremento di tecnologia genera, poi, due fenomeni principali i cui attori sono gli stessi: gli esseri umani. Innalzando il livello comunicativo e interattivo, difatti, si genera allo stesso tempo una società ad alta comunicazione, che non ha confini territoriali ed espressivi ed una società a bassa comunicazione, che interpreta vecchie tecnologie informative col duplice scopo di conservare la loro memoria ma anche di utilizzarne lo “svantaggio” tecnologico in un’ottica di comunicazione elitaria e soprattutto meno controllabile. Tutto questo porta ad uno sfaldamento dei vecchi modelli costituiti di gestione sociale ed urbana, facilitando di contro dinamiche che investono sull’apporto individuale del cittadino come strumento generativo ed attuativo. Vivremo sempre più intensamente una fase di interiorizzazione della città in cui l’essere umano diventerà parte di un congegno bio-meccanico strutturato e integrato con l’ambiente urbano. In una logica di smaltimento e minimizzazione la tecnologia ridimensionerà sempre di più il suo hardware ed anche la città diventerà sempre più piccola e sempre più personale fino a coincidere con l’essere umano.

Immagine “Pulizie di primavera” (1971). Superstudio, Atti Fondamentali. Vita – Supersuperficie.

C’era una volta il futuro

Ormai lo abbiamo capito tutti: il Futuro ci ha fottuto. E a nostre spese. Maledetto! Proprio tu, Futuro, Cassandra dei giorni nostri. Eri così sexy e intrigante, muscoloso ed energico, così potenzialmente dotato di attrezzature super intelligenti, ci hai fatto credere nei cani robot, le amanti di latta e i partner per sempre. E le nostre case? No! Non voglio credere che morirò dentro quattro mura dritte! Ma in realtà ho capito chi sei veramente. E già da tempo. A tradirti sono state quelle “scarpacce” rotte che portavi sotto un luccicante tuxedo Armani. Diabolico come il Principe, astuto come Ulisse, ti sei insediato nelle nostre vite col tuo miglior Cavallo e, quando tutto era perduto, sei uscito allo scoperto e ci hai annichiliti svelando il tuo ruvido carattere. C’era da aspettarselo. In fin dei conti, nell’ultimo periodo, mi ero pure stancato di prevederti e di intuire i tuoi prossimi passi. Ormai mi avevi rovinato tutto Kubrick, mezza collezione di Philip Dick e perfino Martin McFly… Grazie a te, in questo momento, mi sento quasi come Benjamin Button di Scott Fitzgerald nell’omonima vicenda ideata nel secolo scorso e portata nel nuovo dal Fincher di Fight Club: sono vecchio e cerco disperatamente di raggiungere una giovinezza lontana. Sai che c’è? Alla fine non ti condanno. È la tua natura dissenziente che ti fa perdere lucidità a vantaggio di caos ed incertezza. Eppure eri nato per avere un grande futuro, tu che eri il Futuro. Ma troppi hanno voluto che assumessi le sembianze di ciò che meno li spaventava colpendoti ripetutamente, fino a sfigurati. Infine, “regalandoti” nuove sembianze da Passato conservatore. Ma come nelle più belle storie di inizio Ottocento sei quasi il Quasimodo di Victor Hugo, nobile d’animo anche se di aspetto non comune. E se sei quel buffo mezz’uomo che tanto amava la sua cattedrale, allora riunisci i tuoi amici gargoyle e liberaci da tutti i mali. Amen. Immaginiamo insieme un nuovo futuro, anche se da una direzione contraria a quella del secolo passato. Viviamo esattamente cento anni dopo l’epoca di quei futuristi come Villemard che aveva immaginato la sua Parigi d’inizio secolo da un punto di vista davvero unico. Un approccio punk, e steampunk, che ci dà l’idea di come i nostri predecessori (o almeno una piccola schiera) immaginavano il futuro da una grande distanza, non solo temporale ma anche tecnologica, rispetto a quella in cui ci troviamo a vivere adesso. In quel periodo, l’orientamento al futuro ripercorreva profondamente il pensiero intrapreso dal ben più noto Jules Verne. Una sorta di approccio leonardesco ad un domani di prossima disfatta (il nostro) con architetti che progettano e costruiscono contemporaneamente da una cabina meccanizzata, senza l’ausilio di alcun operaio; autogrill per il ristoro dei piloti d’aerei e metropolitane sospese e spazi dove piccoli studenti vengono indottrinati da cavi collegati a tritura-libri, probabile motivo di ispirazione per la famosa lirica Another Brick in the Wall. Le abitazioni avrebbero subito una rapida evoluzione nel giro di pochi anni. L’attuale domotica si sarebbe perfettamente integrata nelle loro case e il progresso chimico avrebbe permesso nuovi metodi di trasporto della materia e, quindi, nuove vie nel ripensare spazi e arredi. Visioni sicuramente vicine alle attuali condizioni delle città con crescite demografiche che si apprestano a trasformarle sempre più in megalopoli. Come architetto, con una vocazione a un design futuristico, credo in questa utopia – come manifestazione essenziale di cultura e di coscienza del nostro impegno verso un nuovo senso del fare – poiché, se non abusata, ci permette una progressione elevata delle nostre conoscenze immaginando scenari futuri capaci di intercettare esigenze che attualmente non esistono. Ma come “rifare” oggi l’uomo, ridandogli illusioni, fiducia e ansia in un futuro che in realtà guarda al passato?

Immagine “France in XXI Century Air firemens” Retrofuture Postcards di Willemard